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È difficile entrare nella vita di qualcuno che il tempo ha disciolto negli anni, perché sei costretto ad attraversare mille filtri dove perdi irrimediabilmente qualcosa, oltre ad inniettarti le interpretazioni personali di chi racconta. La biografia non è un dettato dell’esistenza, soprattutto se il protagonista giace morto da più di 80 anni e non può confermare o disconfermare la cronaca. Il biografo quindi ha una responsabilità violenta nei confronti dei lettori, spesso è chiamato a ribaltare tutto prendendosi odi e rancori di chi non riesce a ricalcolare il passato, pur sapendo che il risultato finale è sempre stato sbagliato.

La storia scolastica, poi, ci deve delle spiegazioni: con alcuni personaggi ha usato la ghigliottina, ce li ha dati corrotti da interpretazioni personali dello storico (o professore) di turno, costringendoci a cercare la verità altrove, o a lasciar stare perché troppo giovani per interessarcene.

Come nel caso di Gabriele d’Annunzio, che i miei testi scolastici  – e di rimando i professori – chiamavano fascista impedendomi di farmi un’idea mia, dare un mio giudizio, capire io a cosa apparteneva d’Annunzio… se apparteneva.  Perché lo hanno fatto? Perché lo fanno? Per praticità? Per pigrizia? Perché è più facile che spiegare?

Quanti anni passeranno prima che tutti si convincano a staccare dal petto di d’Annunzio la parola “fascista”?
Non lo so, in ogni caso nel leggere L’Amante guerriero e La mia vita carnale di Giordano Bruno Guerri, ho avuto la sensazione che l’autore potesse in qualche modo liberare il poeta. Lui che della Fondazione del Vittoriale degli Italiani ne è presidente e ha la possibilità di immergersi nel luogo più dannunziano di d’Annunzio stesso, racconta chi è Gabriele, chi d’Annunzio, chi l’erotomane, chi il poeta, chi lo scrittore, chi il soldato, chi l’arredatore, chi l’uomo, chi il marito, chi il Comandante, chi il profumiere, chi lo stilista, chi il padre, chi il Vate, chi. Non scinde, ma compatta. “Prendetevi d’Annunzio come d’Annunzio era, non lo smembrate a comodo”, sembra dire.

In entrambi i libri la cronologia non leva l’aria dai polmoni, i fatti sono raccontati quando c’è bisogno di loro, non schiavi di una timeline, ma eventi che comunque rispettano il tempo dell’esistenza del poeta. D’Annunzio nasce e muore, in mezzo c’è la sua vita inimitabile.
Ci sono i suoi amori, le donne senza nome, il suo stile, le sue opere, il volo su Vienna, Fiume, il Vittoriale degli Italiani nascosto tra gli alberi di Gardone Riviera, c’è tutto quello che di d’Annunzio ci deve essere, anche il suo rapporto caustico ma indubbiamente vantaggioso con il mascheraio Mussolini.
Non erano amici né alleati.

Guerri non moralizza, non punta il dito, non salva né giustifica. Rinnega il dovere di prostituirsi con del mero fan service per farci sentire tutti meno colpevoli di amare d’Annunzio, che sì, al fascismo ha dato qualcosa: la libertà di muoversi. Ma se ricordiamo solo questo tappando la bocca a Fiume e alla sua carta costituzionale, la Carta del Carnaro, chi è fazioso? Chi vuole spingere l’immagine di d’Annunzio verso la parte orrenda della storia?

L’autore non fa pulizie, ci dà d’Annunzio nudo integrale, con tutte le scaglie pungenti. Umano, umano, umano!
Siamo noi, piccoli e sacrificali, a pretendere che gli artisti, di ogni natura, debbano essere persone pulite e presentabili, ne abbiamo bisogno per poterli amare senza sentirci sbagliati, per poter credere che l’arte tocchi solo i puri, i retti.
La rettitudine, l’umiltà, la modestia sono le mitragliatrici che i mediocri puntano contro l’artista di turno, lo vogliono riscrivere per poterlo amare alla luce del mondo, del mondo di oggi poi; non lo accettano così come è, rinnegano cose, ne inventano altre, lo spazzolano per potersene appropriare in un gioco di scambi di identità che è stupido e utopico.

Leggendo L’Amante Guerriero e La mia vita carnale lo senti: non c’è nessun lavoro di riverginazione. Giordano Bruno Guerri, però, non lo divinizza, non si pone dietro a d’Annunzio ammirandolo senza oggettività, non sbava per sentirsi parte di lui, bensì lo affianca e sta ai fatti, è un giornalista, uno scrittore, uno studioso, non un salvatore di anime, né sembra essere un adulatore insicuro che si serve dei grandi uomini per disegnare se stesso. A volte lo prende in giro per le conseguenze sgradite dei suoi accoppiamenti bradi, ma niente che possa avere le striature della asfissiante morale. L’ho apprezzato.

Se L’Amante guerriero è una biografia che ti lascia entrare, ma non ti dà il tempo di spogliarti, La mia vita carnale ti fa vivere nelle viscere del Vittoriale. Puoi sentire Gabriele muoversi tra le stanze, rigirarsi dentro se stesso, accendersi, ridere, dormire, abbattersi, arrabbiarsi, deprimersi, mangiare uova, drogarsi, accoppiarsi, masturbarsi anche.
L’autore te lo fa capire da subito, lì morirà qualcuno di cui ti stai innamorando. Tra le parole in ogni pagina, è una morte che sgocciola. Sbrani il libro con la paura che succeda all’improvviso. Tra donne aggrappate ai cancelli del Vittoriale che vogliono darsi al grande poeta (anche nella sua forma spolpata dal tempo), il matirio di Luisa Baccara e la biforcuta penna di Amelie Mazoyer, Aélis, la cameriera-amante dalle straordinare doti orali… Avverti il movimento dei satelliti che gli orbitano intorno. Avvisti il genio che sembra andarsene prima del vecchio orbo veggente. Senti tutto, lo senti forte, ti ferisce sapere la fine, ma più di tutto arrivarci.

E poi, capisci: D’Annunzio non è stato mai di qualcuno, nemmeno della divina Eleonora Duse. L’autore non racconta la favola e anche se vogliamo crederci, dobbiamo essere chiari a noi sessi: Ariel era della sua libertà. La key word per capirlo sembra essere proprio questa.

Alla fine dell’ultima pagina de  La mia vita carnale  è chiaro: d’Annunzio lo apprezzi se lo lasci così senza togliergli pezzi per sentirti pulito, se non ti immedesimi rifiutando le parti che consideri brutte e discutibili. Vale per gli artisti quanto per le persone che scrivono con noi i giorni.

Ho amato questi due libri, scritti per essere capiti, senza giochi di perdute parole, privi del bisogno dell’autore di mettersi in mezzo per forza, di esaltare la sua identità usando la fama di altri.

Giordano Bruno Guerri ha raccontato un uomo, un uomo chiamato Gabriele d’Annunzio.

 

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