Quando una frase inizia con “l’artista è…” già sento stringere al collo un legaccio di pregiudizi su una figura che non ha forma né articoli di costituzione.

Non esiste “è” o “non è”, è quel che è nell’uomo o nella donna che è.

Difficile togliere di dosso alle persone il terrore di non vedere delle linee definite intorno all’artista, a quello che dovrebbe essere per forgiarsi di questa carica creata dalla natura e deformata dagli uomini.

E così molti definiscono per puro e subdolo pregiudizio, spesso avvelenato da antipatie e simpatie, chi è artista, chi può dire di esserlo e chi invece deve essere relegato a qualcuno che tenta di fare l’artista.

Un gioco di definizioni che limitano, confini e recinti.

Io dico solo di non innamoravi mai di un artista, non chiedetegli umiltà e modestia per soddisfare il vostro bisogno di teste abbassate in segno di rispetto alla mediocrità.

Arte oggi significa anche produrre per poi divulgare sui social.
La pubblicazione per mezzo social non diventa la finalità, ma nel processo creativo viene messa in conto. Agli artisti e alle artiste viene chiesto di produrre contenuti così da soddisfare la fame giornaliera dei cuccioli-followers procurando, in chi non è abbastanza lontano emotivamente, un senso di innarrivabilità che li porta inevitabilmente poi a condividere anche la propria vita privata per riempire gli spazi.

In più, all’artista viene anche chiesto di mostrarsi e di non essere meno di quanto ci si aspetta da lui o lei. Instagram è piena di profili di artiste che si “svestono” per vendere meglio la loro arte. Devono essere belle, attraenti, dare l’idea che la natura le abbia dotate di tutto, talento, bellezza, sensualità. Vale anche per gli uomini.

E gli altri? Ancora resistono, c’è dell’arte che parla da sola, ma viene consumata subito e molti, già alla seconda occhiata di un’opera hanno la sensazione che sia vecchia.
Il punto non è mai vederla, ma sentirla, viverla, darle pensieri e riflessioni.

Troppa roba per il tempo concesso dal click su un cuore.